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Primo incontro e molti pregiudizi
Nella metà degli anni Ottanta ero un ragazzo di quindici anni con la passione per la Pesca con la Mosca. Sfogliavo il catalogo di Roberto Pragliola in Firenze (copertina azzurra e bianca), come una reliquia. Pagina dopo pagina leggendo con la massima attenzione tutte le descrizioni dei materiali del fly tying presenti e cercando spesso di intuire l’utilizzo di alcuni prodotti che essendo descritti con terminologia inglese destavano in me più di una perplessità.
 In quel catalogo, bel oltre la metà se ben ricordo, c’erano poche pagine dedicate alle canne in bambu’ refendu. Inizialmente la mia attenzione era completamente catturata dai prodotti per la costruzione delle mosche, poi pian piano iniziai a notare con sempre maggiore attenzione quei meravigliosi oggetti in legno. I prezzi espressi in Lire erano a dir poco qualcosa di incommensurabile per le tasche di un quindicenne. Vicino a nomi quali Pezon & Mitchel e altri c’erano cifre del tipo £ 2.500.000, £ 1.800.000 e cosi’ via. Cosi’ per il momento potevo solo sognarle.
L’occasione di maneggiare uno di quei meravigliosi oggetti arrivo’ solo anni dopo, e non perché avessi i soldi per comprarla ma grazie ad un signore che incontrai sul fiume. Persona distinta, abbigliamento curato e tra le mani aveva una meravigliosa Pezon & Michel Ritz Superparabolic PPP Featherweight. Dopo qualche esitazione superai l’imbarazzo e chiesi la possibilità di provare a lanciare. Cercando di dimenare avanti e indietro quella canna capii presto che nonostante la delicatezza che cercavo di applicare al lancio tirare fuori piu’ di cinque metri di coda era un’impresa che richiedeva un impegno non indifferente.
Infatti la mia mano assuefatta alla fibra di vetro e successivamente al carbonio era abituata a ritmi ed azioni diverse e rifiutava istintivamente quell’azione cosi’ mielosa ed evanescente. Fu quasi uno shock. Un oggetto ammirato per anni aveva nel giro di qualche minuto infranto tutte quelle meravigliose fantasie costruite dalla mente di un giovane pescatore. Troppo lenta, pesante, potentissima si ma assolutamente poco adatta alla tecnica tutta italiana che qualche hanno prima si era affermata da noi grazie al grande Maestro. Al posto delle vecchie fantasticherie sulle canne di bambu refendu’ nella mia mente nacquero pregiudizi che facevano di quegli oggetti roba da romantici e melanconici tradizionalisti, a dirla tutta anche un po’ snob abbigliati con le loro giacche di tweet e pantaloni di vigogna.
L’amico americano
Intorno al 1996 grazie ad un caro amico (italiano ma che vive negli USA) passai qualche giorno di pesca nel North Carolina. Insieme a noi c’era anche un bamboo rodmaker locale (Robbie se non ricordo male). Aveva diverse canne in bamboo e tra queste mi invito’ a provare una canna costruita sul taper di Wayne Cattanach 7’ per coda #4. Rispetto a quell’idea retro’ sorta qualche anno prima sentii tra le mani una canna completamente diversa dalle vecchie Pezon e Michel e altre marche blasonate che pero’ reputavo inadatte alle esigenze dei moderni approcci di pesca.
Era chiaro che i progressi nel disegno della canne in bamboo erano stati fatti eccome. Questo grazie al mercato americano (che a differenza dell’europa, dove la vendita delle Split Cane alla fine degli anni 70 inizio degli 80 era quasi svanita) dove la vendita di quei preziosi oggetti pur avendo subito un calo non era mai morta.
Rispetto alla vecchia sensazione di mielosa morbidezza la canna che stavo provando mostrava un’azione molto più rapida unendo ad essa quella meravigliosa sensazione di vitalità che solo il bamboo poteva regalarti nel lancio. Rinacque cosi’ il mio interesse per quegli oggetti meravigliosi e per un materiale che troppo presto il mercato aveva relegato al ruolo di materiale obsoleto per oggetti di nicchia.
La scuola americana aveva continuato e segnare la strada. Rodmakers storici quali Per Brandin, Michael Montagne e molti altri hanno permesso alle moderne canne di bamboo di tornare a nuova vita, costituendo a tutti gli effetti veri e propri strumenti di pesca capaci di soddisfare le esigenze del moderno pescatore a mosca e delle diverse tecniche che si sono nel frattempo evolute. Anche in Europa si sta riaffermando una scuola di tutto rispetto che traguardando la “nuova era” trova secondo me il suo capostipite nel mitico e innovativo costruttore austriaco Walter Brunner. La scuola italiana è ancora giovane ma ha già fatto registrare un livello di crescita tecnica di non poco conto.
Conclusioni
Come detto da un punto di vista tecnico il rodmaking ha fatto passi da gigante ed oggi le canne in bamboo realizzate da rodmakers innovativi non sono soltanto meravigliosi oggetti da tenere appesi sul camino ma rappresentano delle vere e proprie opere di artigianato capaci di unire le moderne caratteristiche delle canne in carbonio alla meravigliosa vitalità che solo un materiale come il bamboo puo’ garantire.
L’adozione di nuove sezioni nella costruzione (oltre alla classica esagonale vengono realizzate canne in sezione quadrata, rettangolare, pentagonale etc), le varie modalità applicative della tecnica dell’hollow building (la svuotatura delle canne) e l’utilizzo delle ferrule in bamboo, costituiscono dei vettori di progettazione innovativa capaci di poter lavorare non solo sul tipo di azione della canna, ma anche nella gestione del peso complessivo della canna e della sua distribuzione dello stesso lungo tutto il taper.
E’ chiaro che un confronto tout court tra le canne da pesca a mosca in bamboo e quelle realizzate in carbonio è un esercizio spesso privo di senso e fonte di mere speculazioni di mercato. Sono e restano infatti due mondi diversi, due paradigmi non comunicanti. Cio’ premesso almeno nell’opinione di chi scrive, rimanendo entro certe caratteristiche il confronto puo’ essere fatto quantomeno in termini di performance.
Per quanto mi riguarda una canna in bamboo performante e che abbia senso di esistere come efficacissimo strumento di pesca del nuovo millennio deve rispettare in termini di lunghezza dimensioni non superiori agli 8’. Oltre questa dimensione infatti, pur rimanendo valida la possibilità di ottenere azioni moderne, il peso della canna inizia ad essere una variabile di difficile gestione purché non ci si voglia accontentare di ottenere un buon bilanciamento della canna montando un mulinello di un certo volume e peso.
Per quanto riguarda me ed il lavoro da rodmaker che svolgo da circa 7 anni, di cui gli ultimi tre quasi a tempio pieno, va nella direzione di volere occupare spazi ancora poco esplorati. Mi riferisco ovviamente alle variabili prima esposte, cioè azioni moderne, peso e bilanciamento, ma anche nello sviluppare dei taper adatti all’utilizzo di code leggere (dalla 1 alla 3 per intenderci). Oggi molte (circa l’80%) delle realizzazioni di taper per canne di bamboo fa riferimento a code di peso medio e alto, cioè dalla 4 in su. Sono ancora pochissime le esperienze di progettazione e realizzazione maturate su attrezzi capaci di lanciare con una certa rapidità code leggere. Noi come italiani siamo stati i precursori nell’utilizzo di materiali leggeri dimostrando che anche con essi si possono svolgere azioni di pesca in grado di coprire una ampio spettro di esigenze. Da qualche anno tale trend inizia a coinvolgere anche i pescatori USA cosi’ come gli europei.
Concludo questo intervento ringraziando quei rodmakers europei ed americani che si sono impegnati non tanto a replicare canne destinate ad accontentare qualche nostalgico collezionistica ma hanno sperimentato e lavorato per dimostrare che un materiale fantastico come il tonkino di arundinaria amabilis poteva regalare sensazioni meravigliose anche ai moderni pescatori, garantendo cosi’ la rinascita di un interesse fortissimo nelle canne in bamboo, una crescita notevole che non puo’ non farci pensare che oggi stiamo vivendo una Bamboo New Age.
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